12 NOVEMBRE 2011

Ricominciamo.

Gaber diceva: “Non ho paura di Berlusconi in sé, ho paura di Berlusconi in me”. Parole sante, forse le migliori per commentare le dimissioni del Cavaliere.
Adatte a descrivere la semplice filosofia berlusconiana: essere complice – piuttosto che censore – di vizi e furbizie che caratterizzano la faccia sporca della medaglia italiana.
Berlusconi, l’uomo che dal suo posto di comando e rappresentanza ha soffiato sul fuoco degli istinti bassi, latenti in fondo alla coscienza – spesso troppo debole – delle persone.

Tanti attribuiscono già queste dimissioni alla forza della rivolta popolare: davvero? Non proprio, direi. E’ innegabile che qualcosa sia cambiato in Italia, ma non credo che le cause maggiori siano soltanto interne al Paese. Scaricato dal suo stesso esercito di nominati (ricordati, Silvio: chi di soubrette ferisce, di soubrette perisce) e silurato dall’estero: senza l’intervento dei mercati e il pressing europeo ci staremmo ancora preoccupando di processo breve e norme affini.

Scrive “La Vanguardia”, giornale spagnolo:

Berlusconi è rimasto al potere perché è riuscito a mantenere una grande popolarità. In Italia in questi anni hanno fallito la stampa e la tv, scivolate sotto il controllo diretto o indiretto del premier; ha fallito l’opposizione, frammentata e senza leader carismatici; ha fallito il Vaticano, intrattenendo rapporti amichevoli con un uomo che rappresenta un insulto ai valori cristiani; e ha fallito l’intera società civile, che si è lasciata avvolgere dalla rete tessuta dal primo ministro, fingendo di non vedere i suoi abusi e a volte approfittandone.
Oggi gli stessi mercati che un tempo hanno fatto le fortune del Cavaliere lo stanno stritolando. E così si conclude, paradossalmente, la sua assurda avventura politica.

Berlusconi è il nostro grande complice: aspirante (?) evasore in un Paese di evasori, ricco italiano medio tra gli italiani medi, presidente tra i tifosi, padrone della televisione in Paese di annoiati, omofobo tra i machisti e i cattolici intransigenti, insofferente allo Stato e alla Giustizia in un Paese di individualisti.
Ha puntato alle menti deboli con un’ideologia forte e bassa (“Freedom is slavery and ignorance is strength”, diceva qualcuno). Risultato? Votato (1994), ri-votato (2001) e tri-votato (2008).

E’ un momento importante, questo: c’è la possibilità di riscattarsi, riformando l’economia con misure serie e impopolari, razionalizzando la gestione dello Stato e della Politica, cambiando una legge elettorale criminale. (Solo..?). Per fare tutto questo servono persone capaci, competenti.

Credo debba far riflettere una frase captata tra le tante in televisione. Intervistato, un signore di mezza età afferma: “Voglio un governo politico, non tecnico!”
D’accordo sul fatto che il governo debba essere scelto dal popolo, ma in questa situazione urge una squadra di emergenza. Ma perché, nella mente di quest’uomo – e probabilmente in quella di molti altri – le due categorie non possono sovrapporsi?
Perché si ritiene strano un governo di “tecnici”? E’ davvero così inconcepibile che il prossimo Ministro della Pubblica Istruzione possa essere il rettore di un’Università? O che a guidare il governo sia un economista con un signor curriculum vitae piuttosto che un imprenditore furbetto?

La meritocrazia non è di queste terre. Si capisce, quindi, perché non si concepisca o addirittura faccia rabbrividire molti l’idea di una razionale “tecnocrazia democratica”. (del tipo: “Mmm… Che fine faranno i miei privilegi?”)
Se vogliamo sfangare l’Italia da questa situazione non abbiamo bisogno di amicizie e vantaggi corporativi.
Affinché persone colte e capaci possano guidare – democraticamente – l’Italia e gli Italiani è necessario, per prima cosa, lavorare sulla popolazione che li dovrebbe eleggere. Educarla, perché sia istruita, perché abbia una cultura completa, autonomia di pensiero, perché non sia provinciale e conosca tanto l’economia quanto la storia e i pilastri del ragionamento scientifico.

Progetto troppo ambizioso? Forse.
Ricordiamoci, però, che “il nostro progresso è proporzionato alla nostra meta”.

Buon lavoro a tutti, quindi.

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Una risposta a 12 NOVEMBRE 2011

  1. Federica Signori ha detto:

    speranza, tanta, ma non illudiamoci, non si cambia la testa e la pancia di un popolo dall’oggi al domani; un buon lavoro ai piani alti, che dia l’esempio, farà tanto, ma la puzza di brucio si sente, in troppi vogliono una squadra ‘a termine’….che senso ha? ah sì, un senso ce l’ha….
    nonostante tutto però, W l’Italia !!

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