Di Europa si deve parlare

“Il suo inno parla di gioia”

di Carlotta

Proprio nel periodo precedente le elezioni europee la RAI ha trasmesso una serie di spot intitolati “Di Europa si deve parlare” in cui si elencano le opportunità, i progressi e i traguardi resi possibili dall’unificazione europea.

Sono d’accordo con il messaggio di questi spot: di Europa si deve parlare. Ma mi chiedo: perché dobbiamo parlarne, o meglio, dobbiamo sentirne parlare solo ora? Certo, è sensibilizzazione del pubblico in vista delle elezioni europee, ma la questione è proprio questa: com’è possibile, agendo in modo così tardivo, coinvolgere persone che hanno sempre guardato all’Unione Europea come un’entità esterna alle loro vite?

Da convinta europeista, riconosco che l’Unione Europea ha commesso degli sbagli.  Avrebbe potuto far sentire i suoi cittadini maggiormente coinvolti e partecipi del suo processo evolutivo, mentre per molto tempo si è concentrata sul rafforzamento economico, mettendo in secondo piano la partecipazione sociale.

Mi rendo anche conto che, purtroppo, questo ritardo ha fatto si che una cospicua fetta della popolazione (principalmente quella dei “non-giovani”, se per giovani intendiamo coloro che sono cresciuti già con dei diritti europei) possa guardare con scettiscismo alle istituzioni europee. Mi rattrista sentire opinioni secondo le quali l’Europa altro non sarebbe che una succursale delle grandi lobby bancarie. Non ci siamo resi conto di essere parte di un cambiamento storico, paragonabile al lavoro dei nostri padri costituenti italiani o all’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

È proprio per questo che di Europa bisogna parlare. Per evitare che sia vista come un’entità meramente economica, che impone sacrifici e che vuole omologare tutti i paesi e i loro popoli. L’obiettivo dell’Unione non è mai stato quello di snaturare l’identità di una nazione, quanto di metterci in relazione gli uni con gli altri, come alleati, condividendo principi e valori comuni.

Se la mia generazione non ha mai vissuto l’orrore di una guerra sul suolo europeo, è anche grazie alle politiche e ai principi su cui è stata fondata l’UE. Se la generazione “Erasmus” a cui appartengo può (attenzione: uso il verbo “potere”, non “dovere”) viaggiare, studiare, specializzarsi, cercare lavoro con il proprio titolo di studio in un paese diverso dal proprio e se una ragazza italiana può creare relazioni con persone in Inghilterra, Spagna, Francia e Olanda senza sentire la distanza come un ostacolo invalicabile, è anche grazie ai diritti di cittadinanza che l’Unione Europea ci riconosce.

Aprire le porte agli altri paesi non vuol dire contaminare la propria cultura; chi ha già aperto le porte, e la mente, ha capito quanto ciò è arricchente per sé e per gli altri.

Oggi, in un mondo dove i limiti geografici sono crollati, non è più concepibile pensare a una società ripiegata su sé stessa. Camminare insieme è faticoso, vero. Ma, come qualcuno diceva, andando da soli si va veloce, andando insieme si va lontano.

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